Con la Nascita nella carne di Gesù di Nazareth si compiono i giorni dell’attesa, si compiono i giorni antichi, si compiono i tanti modi di parlare del Signore, come ci suggerisce l’autore della Lettera agli Ebrei che dice precisamente “in questi ultimi giorni” Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio suo (cfr. Eb 1,1-2). La precisione dell’evento Gesù è evidenziata anche nella frase centrale del Prologo del Vangelo di Giovanni dove troviamo affermato: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Il tempo del verbo greco usato dall’evangelista sembra fermare la storia per indicare il giorno santo in cui Dio è diventato uomo. Contemplare l’umanità reale di Cristo definita dalla parola “carne” che designa la condizione di debolezza dell’uomo ci aiuta a liberare il Natale dal sentimentalismo e a considerare la valenza storico-salvifica dell’Incarnazione e della Solennità che oggi celebriamo: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14).
Il Verbo è “una realtà vivente: un Dio che … si comunica facendosi Egli stesso Uomo» (J. Ratzinger, Teologia della liturgia, LEV 2010, 618). Infatti, attesta Giovanni, “venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). “Egli si è abbassato ad assumere l’umiltà della nostra condizione – commenta san Leone Magno – senza che ne fosse diminuita la sua maestà” (Tractatus XXI, 2). Leggiamo ancora nel Prologo: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16). “Qual è la prima grazia che abbiamo ricevuto? – si chiede sant’Agostino e risponde – È la fede”. La seconda grazia, subito aggiunge, è “la vita eterna” (Tractatus in Ioh. III, 8.9)”. Davanti a questo evento l’uomo è chiamato a interrogarsi sulla volontà di accogliere o meno il mistero di Dio ed è inserito nel confronto eterno tra luce e tenebre da cui deriva la figliolanza nuova per ciascuno di noi: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Questa è la salvezza compiuta da Dio a cui tutti siamo chiamati a partecipare, questa è la salvezza a cui Isaia richiama gli smarriti di cuore e per la quale invita a benedire i piedi di chi ci annuncia la pace, lo shalom, la benedizione piena, la grazia che viene da Dio e che per noi ha il volto di un “bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia” (Lc 2,7).
Don Tiziano Galati
Responsabile dell’Apostolato Biblico
Ufficio Catechistico